LA MORTE DELL’INFORMAZIONE
A CAUSA DI UTENTI AL MOMENTO
TROPPO RAGGIUNGIBILI.

L’informazione sta morendo nell’obsolescenza istantanea della notizia. La riproduzione è riservata a tutti: c’è un pezzo di pseudo-giornalismo per ogni utente. Soprattutto quando in ballo c’è la morte di qualcuno accelera la sua corsa nelle strade digitali della rete. Nessun autovelox, nessun posto di blocco, nessun presidio della velocità. Non sono notizie di corridoio, sono notizie-corridori: arrivare per primi è una questione di visibilità oltre che di quotazione della viralità.

Così, l’uomo corre più veloce della notizia e quando il popolo di lettori o spettatori arriva là dove l’informazione ufficiale lo aspetta, la notizia è già vecchia. Da destinatario dell’informazione il lettore diventa l’emittente della notizia. Questa informazione alla rinfusa smantella l’organizzazione del sapere strutturato in colonne, pagine, prefazioni, sommari, capitoli, bibliografie. Il discorso della realtà si frantuma in mille pezzi negli spazi concessi da un nuovo editore. L’algoritmo non impone una linea editoriale, non organizza una redazione per filtrare le notizie, non dà adito al bisogno di un comitato di redazione. È la nuova libertà di stampa: l’organo di stampa della socialcrazia.

Fino a quando il telefono, per svolgere le sue funzioni, è rimasto legato a un filo l’uomo era una persona libera. Quel cavo elettrico dove passava il segnale della voce di chi chiamava e di chi veniva chiamato era come la catena agganciata per un estremo alla sua cuccia e per l’altro al suo collare. Costretto in un raggio di mobilità limitata, al telefono era impedito di fare da segugio al proprietario che, non appena usciva da quel recinto, entrava in una zona a mobilità illimitata perché libero da quella guardia in quanto «utente al momento non raggiungibile» per tutta la giornata. Momenti che oggi non ci sono più.

C’è campo – e camposanto – dappertutto: delimitato dentro linee telefoniche globalizzate, dai minuti illimitati e dalla fibra superveloce. Si arriva ovunque, in poco tempo, e nonostante quel tempo infinito a disposizione. Sciolto dalla catena che lo tratteneva nei paraggi della sua cuccia, il telefono oggi può esprimere tutta la sua migliore amicizia per l’uomo. La sua fedeltà appiccicosa è la rovina del suo padrone. Mentre prima quel «momento non raggiungibile» garantiva la necessaria continuità temporale allo svolgersi della narrazione, oggi la raggiungibilità di ogni momento rompe la continuità del tempo quotidiano. Alla trasparenza di un discorso esposto in tutta la sua superficie intatta prevale la superficialità di un’esistenza dalla visibilità precaria, interrotta da frammenti di attualità.

Dal macigno dell’attualità organica alla scheggia solitaria dell’atto: l’informazione si sgretola sotto la pressione dei polpastrelli padroni della digitalizzazione. In tempi in cui la velocità è padrona delle vie digitali è più comodo, quando si naviga spediti, gestire punti isolati che una linea continua. Segni di interruzione, compartimenti stagni nella stiva di un titanico anfibio che con dimestichezza passa dalla terraferma della realtà alle acque territoriali della socialcrazia.

Non solo perché ormai è trasmessa solo nelle reti unificate dalla tecnologia: oggi l’informazione è diventata un prodotto tecnologico soprattutto perché nelle reti poi diversificate dai social si rassegna al destino riservato a tanti dispositivi e applicazioni: l’obsolescenza precoce. Se non è aggiornata l’informazione non merita più il nostro tempo. Mentre una volta un quotidiano durava anche più di un giorno, oggi l’informazione sembra volere durare quel tanto che basta per schiamazzare la sua presenza su quella superficie che non ha più la capacità indelebile dell’inchiostro sulla carta, ma la prontezza di scomparire per fare posto al pressato del giorno. L’arco temporale del giorno – l’arca di Noè dell’informazione con tutte le notizie a bordo – viene sostituito dal tempo reale in telecronaca nell’arco di una manciata di attimi.

È per questo che è anacronistico parlare di narrazione se non se ne parla nell’unico senso in cui se ne dovrebbe parlare: una storia con un arco temporale continuo che lancia frecce all’interno dello stesso bersaglio: la stessa storia che vuole raccontare. Nella socialcrazia invece non c’è un bersaglio, ma tanti bersagliati da un’informazione sbriciolata dal pane quotidiano che ogni giorno finisce in mano a tutti.

Come bestiame al pascolo dei dati, una maggioranza minoritaria bruca sull’altopiano digitale con l’alpeggio dell’algoritmo. Ci calcola non solo perché ci considera in funzione del risultato finale: ci calcola perché ci mette dentro i suoi modelli matematici. Il modello socio-economico è questo: più informazione circola nella rete fluviale, più irriga le colture personali dei profili, e più proprietari si intrattengono nella coltivazione del personal brand, più soggiornano nel piano di indagini demoscopiche.

La digitalizzazione è lo sponsor tecnico dell’informazione: uno spoiler della notizia portata a tutti, una realtà aumentata che supera il livello di guardia, un quadro della situazione che rompe la cornice del discorso. L’informazione straripa ovunque e come uno zombie deambula nella piatta forma della socialcrazia. Priva di discorso, l’informazione è come un fiume senza argini: arriva alla rinfusa spargendosi dappertutto, mentre una volta tutti la cercavano fermandosi sulle sue sponde per seguirne la direzione. Se potessero avere la visione onnipotente del Border Collie – che, come cane da pastore, è padrone di un intero gregge – potrebbero come un meccanico mettere le mani nei meccanismi della società e farla funzionare a propria indagine e sorveglianza.

È la fine del discorso, della mobilità del pensiero. Inizia l’era dell’inferenza statistica, della staticità del numero. I nuovi statisti saranno gli statistici. Dal volontario del partito al neuromarketing, dal volantino elettorale nella cassetta della posta alla notifica, la propaganda passa attraverso il telefono che da mezzo di comunicazione diventa strumento di misurazione. È l’avamposto dei Big Data che il telefono alimenta con flussi di dati comportamentali dell’umanità. All’intelligenza artificiale spetta di calcolare la sua volontà social-elettorale con un subdolo suffragio universale. Se la volontà è calcolabile, allora è governabile.

È la fine della democrazia. Inizia l’era della datocrazia. L’automazione umana non sarà più mossa dall’alienazione della chimica o del lavoro, ma sarà mossa dai dati. L’anima sarà ridotta all’osso dalla matematica, l’animazione robotica installata nell’uomo sarà la sua nuova esperienza motoria. Da qui in poi ci muoverà la datalità. La natalità non sarà più una questione di cromosomi, ma di numeri. La nostra biologica archeologia sarà sostituita dall’innovazione della tecnologia. Un soffio e una costola ci hanno dato la vita, la nostra vita finirà nel soffio e nella costola di un dato.

Andrea Ingrosso

Copywriter – Autore di scrittura per le aziende.

© 2023 Mamy

DOLCE ATTESA.

La prima stesura la scrivi per te. La seconda o la terza per il lettore. Perché riscrivere quello che hai già scritto trasforma quello che all’inizio era solo alla tua portata in qualcosa alla portata di tutti. Solo lì dovrai portare il lettore: nella tua ultima riscrittura. Quella che ha superato il tagliando per la pubblicazione. È l’argomento della lezione 9 del corso Anatomia della scrittura. Scrivimi a questo indirizzo pancione@mamyadv.com o chiamami a questo numero 338 5322126. Sarà un piacere per me presentarti le 10 lezioni.